La transizione ambientale è ancora possibile?
Caldi tropicali. Trombe d’aria. Cambi repentini di temperature. Innalzamento del livello del mare. Scioglimenti dei ghiacciai. Morti da caldo. Improvvise, brevi e potentissime grandinate. Piogge torrenziali.
Questo scenario non è più un futuro inquietante, profetizzato dagli scienziati che ci invitavano a cambiare rotta, prima che fosse troppo tardi. Si tratta invece del nostro presente. La maggior parte degli studi scientifici, infatti, non parlano più di un possibile e futuro cambiamento climatico, ma di un clima già definitivamente e radicalmente cambiato, ma che può essere ancora gestito.
Di che stiamo parlando, concretamente?
Il caso Italia.
Le temperature medie nel nostro Paese sono cresciute di circa 1,5 °C negli ultimi 60 anni, più della media globale. Le città italiane diventano sempre più calde a causa delle isole di calore urbane, che possono far registrare differenze fino a 5 gradi rispetto alle aree rurali circostanti. La siccità è ormai strutturale: in Sicilia, negli ultimi anni, i bacini idrici hanno raggiunto livelli talmente bassi da lasciare interi territori senza acqua potabile per settimane.
E poi c’è la crisi idrogeologica: oltre il 90% dei comuni italiani è a rischio frane o alluvioni, mentre la mancanza di invasi per la raccolta dell’acqua piovana ci priva di uno strumento fondamentale per affrontare le stagioni di siccità. A tutto questo si aggiunge la perdita di biodiversità, con habitat naturali frammentati e specie sempre più minacciate.
Eppure, mai come oggi, l’Italia ha avuto a disposizione risorse e strumenti per affrontare queste sfide. Il PNRR dedica 68,6 miliardi di euro alla rivoluzione verde, ma per ora resta un’occasione in gran parte mancata.
Perché il PNRR non sta funzionando come dovrebbe?
Gli obiettivi teorici del Piano sono ambiziosi: energie rinnovabili, efficienza energetica, tutela del territorio, riforestazione urbana.
Ma la realtà ci dice che molti di questi target sono rimasti solo teorici:
- Solo il 54% degli obiettivi ambientali è stato raggiunto finora.
- La Corte dei Conti europea ha rilevato che oltre 34 miliardi di spese verdi potrebbero essere stati sovrastimati dal nostro Governo, gonfiando l’impatto reale.
- La burocrazia e la lentezza delle procedure amministrative bloccano i progetti sul nascere.
- Molti interventi non sono inseriti in una strategia di lungo periodo: si finanziano bonus o opere spot, senza costruire una visione integrata.
- Esistono singoli casi virtuosi ma non c’è un solo problema strutturale ambientale che sia stato affrontato e risolto come “sistema Paese”.
Il risultato? Una transizione che procede a rilento, mentre il clima corre veloce. Dagli invasi, alla de-cementificazione. Dalle comunità energetiche, al completamento del ciclo dei rifiuti. Dalla riforestazione, al contrasto ai reati ambientali.
Siamo lontanissimi dagli obiettivi.
Le soluzioni esistono (e funzionano)
La buona notizia è che non dobbiamo inventare nulla: sappiamo già cosa fare. Sulla carta.
- Piantare alberi, ad esempio, non è solo un gesto simbolico, ma è già una rivoluzione. Significa ridurre le temperature urbane, assorbire polveri sottili, trattenere acqua nel terreno, contrastare le frane. Uno studio FAO stima che un albero maturo possa assorbire fino a 22 kg di CO₂ all’anno. Non basta piantare, però: bisogna curare e mantenere gli alberi, altrimenti diventano solo numeri in un report.
- Costruire invasi e infrastrutture idriche moderne: l’Italia perde oltre il 40% dell’acqua potabile nelle reti colabrodo. Senza una gestione efficiente, la siccità sarà sempre più devastante. Possibile che il PNRR non sia servito a risolvere almeno questo?
- Riqualificare gli edifici non solo per il risparmio energetico, ma anche per il benessere delle persone, riducendo i consumi e migliorando la qualità dell’aria interna.
- Ripensare le città con comunità energetiche, mobilità sostenibile, spazi verdi, tetti e pareti verdi, capaci di abbattere l’inquinamento e migliorare la salute.
Proteggere la biodiversità significa non solo salvare specie a rischio, ma anche rafforzare gli ecosistemi che ci proteggono da frane, alluvioni e siccità.
Alcuni esempi virtuosi (vicini a noi)
Non parlo solo di teoria.
Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di partecipare a progetti che dimostrano come un’altra strada sia possibile.
- Con Trees for Naples, abbiamo piantato alberi in provincia di Napoli, lavorando con le comunità locali per garantire che fossero curati e vissuti, non solo messi a dimora. Il modello avviato stimola la partecipazione attiva dei cittadini, perché per ogni persona che si associa viene piantato un albero, collegando la partecipazione attiva all’impatto ambientale diretto sui territori.
- Con Pred ETS, abbiamo usato l’audiovisivo per rendere accessibile il patrimonio culturale, perché la sostenibilità non riguarda solo l’ambiente naturale, ma anche quello culturale e sociale.
- Con l’Hub degli Artisti a Gianturco, insieme all’ente capofila Form&atp, abbiamo trasformato un edificio industriale in un luogo di coworking e creatività, rigenerando uno spazio urbano senza consumo di nuovo suolo.
- Con il supporto di Unipegaso, ho contribuito alla redazione di un manuale sui Criteri Ambientali Minimi per gli eventi, per aiutare gli operatori culturali a ridurre l’impatto ambientale delle manifestazioni, conoscendo le leggi e azioni virtuose da mettere in campo.
Sono piccoli esempi dal basso? Certo.
Ma hanno un minimo comune denominatore: quando si uniscono capacità manageriale, partecipazione democratica, competenza tecnica, visione e comunità, la transizione verde non solo è possibile: è già realtà.
Una sfida che si può ancora vincere
Il PNRR poteva – e può ancora, in parte – essere il motore di una rivoluzione verde italiana. Per ora, lo è solo sulla carta, ma non tutto è perduto. Il cuore della rivoluzione possibile sta nella capacità manageriale e nella volontà politica. Se impariamo a gestire i progetti con la stessa serietà con cui un medico segue un paziente – diagnosi, cura, monitoraggio, prevenzione – possiamo ancora vincere questa sfida.
Non servono miracoli, ma buon senso e coraggio politico: ridurre la burocrazia, rafforzare il project management, coinvolgere le comunità territoriali e i giovani talenti, puntare su progetti integrati e duraturi.
La crisi climatica non aspetta. Tocca a noi decidere se vogliamo subirla e lasciare che si aggravi o guidare il cambiamento possibile.


